L'editto-riale

Automobili storiche e benefici fiscali, qualche riflessione critica

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Le automobili storiche, al pari di qualsiasi altra opera della creatività e della tecnica sono prodotti culturali riferibili ai tempi in cui sono stati concepiti e a questi vanno parametrati per la valutazione dei contenuti. Un’automobile non è un frutto che cresce sull’albero, richiede un’idea, conoscenza, cultura, tecnologia, investimenti, attrezzature, etc, in altre parole un’automobile è una creazione complessa, conseguenza di metodologie ordinate e ragionate che ne fanno un prodotto culturale. Tuttavia, come accade in tutti i settori, non è detto che tutto quello che si fa debba essere conservato, alcune cose quando si esauriscono nella rispettiva funzione, sono sostituite senza timore di futuri rimpianti.  A partire dagli anni 80, l’automobile è progressivamente divenuta un auto-domestico in quanto suscettibile di periodica sostituzione a causa di sempre nuovi e più moderni modelli o, piuttosto frequentemente, perchè il costo delle riparazioni o adeguamenti eccedono il valore dell’auto. L’automobile a partire da questi anni diventa un bene di largo consumo, entra a far parte del ciclo bulimico degli oggetti per cui  perde di riconoscibilità e autonomia e diventa sempre più uno strumento, una protesi del driver. Concedere un beneficio fiscale, un incentivo alla conservazione di queste auto, sarebbe come incentivare ad affiancare al frigorifero moderno quello della nonna. Qual è l’interesse superiore  associato a queste auto e oggi previsto a partire dal ventesimo anno, che si vorrebbe tutelare a scapito di altri interessi come quello alla tutela dell’ambiente, al gettito erariale, ad altre scelte di politica pubblica? Il punto è proprio questo, la conservazione di una Panda, di una Uno, di una Clio, etc. a quale interesse intende rispondere? A parer mio, ad oggi, nessuno. L’interesse sussiste infatti quando la conservazione di un elemento della storia industriale e culturale di un Paese risponde a criteri oggettivi ed è resa necessaria dal pericolo in concreto che il patrimonio culturale di cui il mezzo è portatore vada perduto. Si prenda ad esempio la legislazione sul trattamento fiscale dei beni immobili di interesse storico e artistico, l’esenzione dal pagamento di certe imposte risiede nell’esigenza di favorire il mantenimento dell’immobile evitando di gravare eccessivamente il proprietario a cui è demandata la conservazione di un bene di interesse per la collettività.  Un modello prodotto in milioni di esemplari è ipso facto al riparo da questo pericolo e pertanto non occorre prevedere specifiche forme tutela in concreto. Quandanche un modello non sia diffuso su larghissima scala non necessariamente è meritevole di tutela, infatti ben può  non recare con sè un concreto interesse alla sua conservazione perché semplicemente non è il risultato di alcuna innovazione e/o alcuna scelta stilistica di pregio ovvero non è espressione di eventi di particolare rilievo. Sarebbe  quindi opportuno redigere ed implementare un database del parco auto esistente, che renda disponibile in ogni momento anche l’attuale consistenza numerica dei modelli in attesa di tutela, cosicchè sia possibile mettere in stand-by ovvero accogliere determinate domande di riconoscimento di interesse storico quando la massa circolante si fa più scarsa e pertanto emerge  con maggior vigore l’interesse alla conservazione. La tutela nelle sue varie forme è una tutela dinamica, che non può procedere solo sulla base del dato anagrafico occorre valutare a priori l’interesse alla conservazione dei singoli modelli elaborando liste mobili, non cristallizzate, in cui trovino spazio anche quei veicoli che nonostante non rivestano particolare interesse, tuttavia per la sopraggiunta rarità meritino comunque una nuova valutazione circa la loro rilevanza. Giova infatti sottolineare come i benefici fiscali non siano un premio al proprietario che ha conservato l’automobile per 20 anni, al decorrere dei quali diverrebbe come per incanto di interesse storico (e non d’epoca!), sono concessi nell’interesse alla conservazione dell’automobile,sono finalizzati a rendere meno gravosa la sua conservazione a vantaggio del patrimonio nazionale e al mantenimento della memoria storica della tradizione automobilistica nazionale. Da quanto detto vanno tenute distinte le auto d’epoca; queste infatti sono cancellate dal P.R.A. perché destinate alla loro conservazione in musei o locali pubblici e privati, ai fini della salvaguardia delle originarie caratteristiche tecniche specifiche della casa costruttrice, e che non siano adeguate nei requisiti, nei dispositivi e negli equipaggiamenti alle vigenti prescrizioni stabilite per l’ammissione alla circolazione. Per ovvie ragioni non si pone il problema del bollo. E arriviamo al punto dolente,  chi certifica l’interesse storico a cui è connesso il beneficio fiscale? La decisione del Governo di sottoporre a revisione il termine minimo per essere considerato di “interesse storico” innalzandolo a 30 anni, porterà certamente alla fuga di alcuni modelli in quanto costosi da mantenere immatricolati ma ciò è solo la logica conseguenza del lassismo con cui negli ultimi anni sono stati rilasciati CRS (certificato di rilevanza storica) a veicoli che per le ragioni viste prima non ne avevano i titoli, creando anche le condizioni per forme di discriminazione tra proprietari di auto che svolgono la medesima funzione quotidiana e senza che sia ravvisabile alcun indizio di interesse o rilevanza storica. Si auspica che in un futuro prossimo l’ente certificatore non ceda ulteriormente alle lusinghe dei grandi numeri ed ai guadagni proporzionali alla certificazioni rilasciate ma si concentri maggiormente sulla finalità istituzionale che gli è propria è cioè quella di intraprendere le azioni più opportune per la salvaguardia e la valorizzazione del vero patrimonio automobilistico nazionale, che non è valutabile un tanto al kilo, ma è costituito da esemplari che incarnano lo spirito del loro tempo, le passioni e le sofferenze di chi ci ha creduto, e per questo assolutamente irripetibili.

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Classe '76, Dottore di ricerca, libero professionista e Master Sommelier FIS, coltivo da sempre la passione del vino e delle auto d'epoca. In entrambi i settori concentro il mio interesse sulle produzioni italiane di eccellenza come strumenti di crescita economica e diffusione della nostra cultura nel mondo. Punti deboli? Le supercar '60 e '70 ed i grandi rossi dell'Etna!

5 Comments

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    fz4sym

    23 Ottobre, 2014 at 11:04

    Bastava che all’epoca l’ASI avesse rispettato la legge creando l’ “allora” famigerata, Lista Chiusa ( come fatta dalla FMI ), e probabilmente oggi non ci saremmo trovati con questa situazione, che punisce i soci della FMI ed i veri appassionati.

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    Davide

    24 Ottobre, 2014 at 17:17

    Sono sostalzialmente d’accordo su tutto, ad eccezione di uno dei punti focali del discorso.
    E’ stato detto che la conservazione di una Panda, di una Uno, di una Clio, etc. non risponde a nessun interesse, secondo il parere dell’autore.
    In qualità di appassionato di automobili Fiat, e come tale conoscitore della storia dei suoi modelli, mi permetto di far notare che ad esempio la Panda (al meno la prima serie presentata nel 1980) ha rappresentato sotto il profilo dell’innovazione tecnica in ambito produttivo una piccola rivoluzione.
    Le linee guida del progetto originario furono la semplicità e la praticità.
    Semplicità significò, ad esempio, l’adozione dei vetri piatti (intercambiabili tra lato destro e lato sinistro), delle saldature tra tetto e fiancate a vista e ricoperte da una guarnizione, i sedili realizzati con una intelaiatura tubolare ricoperta di tessuto, il largo impiego della lamiera a vista all’interno dell’abitacolo e soprattutto la mitica tasca a marsupio al posto della plancia, con la strumentazione e i comandi riuniti in un unico blocco.
    Praticità significò, ad esempio, la cerniera della portiera anteriore a vista (coperta da un coperchio di plastica) che permetteva un maggiore angolo di apertura della porta e le fiancate dipinte nella parte bassa con una vernice resistente ai graffi.
    Non bisogna poi dimenticare che la Panda è stata (ed è ancora tutt’oggi) forse uno dei fenomeni di costume e società più consolidati di tutti i tempi.
    Certo, da qui a dire che la Panda vada collezionata di acqua sotto ai ponti ce ne passa, ma sicuramente non va trattata con superficialità e totale disinteresse come spesso si sente dire nel mondo dei collezionisti.
    Un lampeggio.

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      Manuel Bordini

      27 Ottobre, 2014 at 21:26

      A mio parere l’interesse alla tutela sorge nel momento in cui il parco circolante è tale da meritare azioni mirate a tutela dl modello. Dal momento che di Panda, veicolo rivoluzionario per certi aspetti, ne circolano decine o forse centinaia di migliaia di esemplari a mio parere non è giustificato un trattamento fiscale di vantaggio perchè non esiste alcun rischio di perdita del patrimonio motoristico, storico e culturale

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    Francesco Fulchieri

    24 Ottobre, 2014 at 17:52

    Tutti (riviste, politici e blog) dicono la loro, ma nessuno chiede ai diretti interessati, quindi, abbiamo pensato di confrontarci con i lettori per trovare una soluzione condivisa al problema. Del resto il blog è uno spazio aperto di confronto e questo è senza il dubbio il modo migliore di usarlo! https://www.vitadistile.com/2014/10/24/agevolazione-per-le-ventenni-la-parola-ai-lettori/

  4. Pingback: Auto storiche: la proposta del RIVS