L'editto-riale

Ferrari Modulo, il doveroso rispetto per l’idea

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In questi giorni si è a lungo discusso del restauro della visionaria Ferrari 512 S Modulo, modello di stile disegnato da Paolo Martin nel 1968 e recentemente messo su strada facendo pagare al mondo dell’automobilismo un prezzo altissimo, la perdita della purezza dell’idea.

Un’idea è in se stessa intuizione e substrato per nuove e progressive idee. Le idee possono stimolare e orientare la ricerca, prendere forma estetica, suscitare emozioni e visioni nuove, porre interrogativi e fornirne la soluzione, anticipare il futuro.  Intuire il futuro e proporne una rappresentazione estetica è di per sé indizio del genio. Non ogni idea può essere tradotta in materia, non ogni idea può essere implementata ma non per questo ha meno valore, anzi.

Se un’idea apre la mente e spiana la strada a nuove idee con le relative soluzioni applicative ha raggiunto -anch’essa- pienamente  il suo obiettivo. L’idea dietro alla Ferrari 512 S Modulo ha cambiato la visione del futuro dell’automobile, una provocazione arditissima che ha fatto sognare, pensare a nuove forme estetiche, all’uso di nuovi materiali. La Modulo ha fatto uscire l’automobile dai propri schemi, ha reso visibilmente vecchio tutto il resto, ha aperto gli occhi del design automobilistico mondiale, senza che avesse la minima rilevanza il fatto che fosse un modello statico non destinato alla circolazione. Voler necessariamente funzionalizzare l’idea all’uso su strada non solo significa banalizzarla, ma anche atteggiarsi a nuovo Washington Otis incapace di vedere oltre l’apparenza.

La Modulo era un modello, una provocazione ardita, l’intuizione di un futuro possibile. Il suo invasivo restauro per consentirne la circolazione su strada ha denudato l’idea, l’ha svilita, abbassata ai vincoli della dinamica automobilistica compromettendone irrimediabilmente la purezza. La Modulo di oggi non è più la visione di Paolo Martin, è un po’ come se la Pietà Rondanini fosse stata finita da uno scalpellino qualunque. Michelangelo non la volle finire, perchè il non finito è libertà, rappresentazione estetica del futuro futuribile, la molteplicità ricondotta a unità.

I tempi cambiano e il business è business, ma aver piegato la Modulo alla banalità dell’uso stradale l’ha strappata al futuro e alla sua possibilità di continuare ad essere fonte di nuove e diverse ispirazioni.

Aut

Classe '76, Dottore di ricerca, libero professionista e Master Sommelier FIS, coltivo da sempre la passione del vino e delle auto d'epoca. In entrambi i settori concentro il mio interesse sulle produzioni italiane di eccellenza come strumenti di crescita economica e diffusione della nostra cultura nel mondo. Punti deboli? Le supercar '60 e '70 ed i grandi rossi dell'Etna!

2 Comments

  1. James Glickenhaus

    Giugno 16, 2019 at 03:53

    Syd Mead imagined Modulo long before Martin did.
    Syd and Pininfarina are very happy that I finished her.
    Comparing Martin to Michelangelo is laughable.

    • Manuel Bordini

      Giugno 17, 2019 at 09:22

      Dear Sir, thanks a lot for your contribution although this doesnt change at all what I wrote. The Modulo before being a car was an idea meant to inspire rather than being driven from A to B. I would have expexted the owner to understand it and acting like a proper custodian instead of “finish(ing) her” . Lastly, I dont compare Martin to Michelangelo, you might have been too quick reading thru the lines; I couldnt have done it, Martin is alive and doesnt need to be compared to anyone, he conceived masterpieces and that’s a fact. all the best