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La Tosa: vocazione e futuro nel vino

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DSC01823 Arrivare a La Tosa, è un po’ come arrivare a casa degli zii in campagna. L’ingresso è semplice, nessuna velleità stilistica, i fabbricati sono quelli tipici delle campagne di queste zone, quelle tanto care a Luchino Visconti.

Parcheggiamo sotto un vialetto di tigli, gli alberi da frutto sono in fiore, i prati vividi di un verde quasi irreale, niente di quanto vediamo suggerisce che ci troviamo in una cantina e non in una cantina qualunque ma in una delle punte di eccellenza della Val Trebbia e di tutti i colli piacentini.

Stefano Pizzamiglio ci accoglie subito con la cordialità che solo certi signori di campagna ancora sanno riservare ai visitatori. Ci racconta, l’origine dell’azienda e la decisione sua e del fratello Ferruccio di abbandonare gli studi di Medicina per la quale non si sentivano “vocati” e dedicarsi all’Azienda Agricola. Lasciata Milano alla volta di Piacenza, Stefano si laurea in agraria ed inizia il suo percorso di viticoltore, subito arricchito da un’esperienza nel tempio indiscusso dell’enologia della Franciacorta, Cà del Bosco. Rimane con la famiglia Zanella per un anno e una volta pronto per prendere in mano le  redini della Tosa rientra a Piacenza avendo forte dell’esperienza necessaria per fare scelte coraggiose e consapevoli. Complessivamente sono 13 gli ettari coltivati in proprietà e 6 quelli condotti in affitto.

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Il metodo di coltivazione varia a seconda dei vitigni dal GDC al Guyot, tutti secondo il disciplinare biologico. Stefano e il fratello Ferruccio decidono sin dal principio di puntare sul territorio e sulla vocazione vitivinicola.  Questi colli storicamente sono  coltivati a Barbera, Bonarda e Malvasia. Decidono così di seguire la tradizione  convertendo l’azienda al biologico per valorizzare il carattere del territorio e ritrovarlo nel bicchiere. Ma la tradizione non significa rifiuto della sperimentazione, anzi ne costituisce il background per scelte consapevoli e la scelta è ricaduta sul Cabernet Sauvignon e sul Sauvignon che qui vanno oltre l’espressione varietale regalando inusuali sensazioni di sapidità e ritorni agrumati.

L’età delle viti è variabile, le più recenti sono dei primi anni duemila e la punta di diamante sono le vecchie vigne di Barbera e Bonarda che regalano il Vignamorello, Gutturnio Superiore, capaci di esprimere un vino di assoluta eccellenza. La bassa produzione, la felice giacitura delle vigne  garantisce un esposizione ottimale con serate fresche e ventilate per una eccellente conservazione dell’acidità e una perfetta maturazione fenolica.

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Il Vigna Morello racconta il territorio, costituito  da terreno ricco di minerali e ferro, spiccate escursioni termiche,  piovosità inferiori alla media regionale e luce, che alla Tosa è più che mai garantita dalla morfologia di queste colline. Al naso si presenta elegante, profondo e complesso con note di frutta rossa matura, prugna, sciroppo di marasca e sottobosco fino a sentori rugginosi di terra, incenso e canfora. La complessità olfattiva è accompagnata da una beva altrettanto ricca costituita da spiccata freschezza e tannini morbidi avvolti da una nota alcolica  ben integrata con persistenze lunghissime di confetture e boero. La freschezza è il segreto di longevità del Vignamorello propenso, nell’annata 2013, ad affinamenti in bottiglia anche medio-lunghi.

Stefano ci parla del legame con questa terra, del rispetto per il territorio e per il prodotto, del passaggio al biologico per la massima qualità delle uve e, nel bicchiere, del vino. Rinsaldare questo legame in vigna e in cantina costituisce un primo passo per avere vini che siano espressione del territorio di provenienza. Un territorio vocato permette di andare oltre il varietale, di renderlo armonico, di arricchirlo di esaltarne le caratteristiche organolettiche e qualitative.

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Il Sauvignon della Tosa è una sorpresa. Di buona freschezza, al naso oltre al bagaglio di frutta tropicale, regala sentori di erbe di campo, menta fresca e fiori gialli di ginestra e camomilla esaltati da ricordi di felce e roccia. In bocca è coerente , la spina acida esalta la mineralità e la lunga persistenza spazia fino a riconoscimenti di nocciola .

La bassa resa per ettaro, la densità di impianto, il lavoro in vigna e in cantina,sono fattori irrinunciabili per ottenere un prodotto che nel proprio DNA porta inciso il legame tra uomo, vite e territorio, stretto oltre 30 anni fa quando uno studente di Medicina alla ricerca del proprio futuro lo vide tra queste colline e se ne innamorò.

Aut

Classe ’76, Dottore di ricerca, libero professionista e Master Sommelier FIS, coltivo da sempre la passione del vino e delle auto d’epoca. In entrambi i settori concentro il mio interesse sulle produzioni italiane di eccellenza come strumenti di crescita economica e diffusione della nostra cultura nel mondo. Punti deboli? Le supercar ’60 e ’70 ed i grandi rossi dell’Etna!