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Auto storica e terroir, quando l’eccellenza sconfigge il tempo

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L’automobile è la sintesi delle mille spigolosità di un pensiero. Quanto più questa sintesi è felice e fedele allo spirito del pensiero creatore tanto più l’automobile sarà ricordata ed apprezzata.

Conseguentemente il suo valore intrinseco, come si è più volte cercato di argomentare anche su queste pagine, non coincide banalmente con il valore economico, agganciato e vincolato a componenti troppo volatili per rappresentare una sintesi di quel pensiero, riflette e si sostanzia nell’originalità e genialità di quel pensiero.

Il pensiero, il genio, la scintilla che ha permesso la realizzazione di quell’eccellenza italiana che oggi vediamo e che tanto ci invidiano è legata indissolubilmente al territorio, si innesta nel tessuto territoriale, da questo prende linfa, cresce e si sviluppa in un sistema coordinato dove ogni componente, umana e ambientale, lavora sinergicamente. Le grandi creazioni, sono figlie in qualche modo di un terroir ovverosia di un territorio che ha saputo valorizzare la vocazione, le professionalità e le competenze di chi aveva voglia di fare mediante la creazione di un sistema produttivo teso alla realizzazione del meglio, del sogno, della leggenda non perché con questi fattori si vendeva ma perché solo superandosi continuamente questa gente tra Modena, Milano e Torino poteva ritenersi soddisfatta.

L’affetto con cui non solo gli appassionati, ma anche il pubblico “laico”, riserva per esempio a modelli “storici” come la 500 (quella 500!), la Giulia, e tante altre testimonia l’ammirazione e l’orgoglio che ancora suscitano . Quelle auto rappresentano lo spirito di un’ epoca e sono ancora capaci di trasmettere quelle emozioni. Incarnare lo spirito del tempo, farlo proprio e trasmetterlo è un alchimia che non riesce quasi mai, a meno che tutti coloro che concorrono alla riuscita del progetto non apportino qualcosa di davvero innovativo e geniale di cui l’automobile poi possa costituirne la sintesi. Il passaggio del tempo su questi oggetti, materializzazione di genio, talento, sacrificio, dedizione e tenacia ne mette in luce le qualità più sublimi, ancora più evidenti quando si liberano dal peso dell’uso quotidiano meramente utilitaristico.

Liberati dal fardello dell’utilità, emerge la purezza della linea, l’equilibrio degli accostamenti, la scelta dei dettagli, i suoni, le prestazioni, l’armonia dell’insieme valutata in sé, senza nessun condizionamento. La consapevolezza del valore e dell’importanza di queste componenti richiede tempo, contemplazione e libertà da giudizi precostituiti.

Così la 500 smette di essere vista come un’utilitaria, ma diviene espressione di un’ automobile le cui soluzioni tecniche e l’impostazione progettuale tradiscono una visione del futuro che stava arrivando, incarna una possibile risposta alle esigenze della motorizzazione di massa. Oggi la 500, proprio per il fatto che non è più chiamata a rispondere alle esigenze per cui fu concepita, può essere compiutamente letta per quello che rappresenta: un tassello nevralgico della tradizione motoristica italiana.

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Analogamente se consideriamo un’altra everlasting, la Miura, il ragionamento è il medesimo. La Miura incarna un’idea di automobile così sublimemente edonistica e sommamente inutile da essere una delle creazioni più audaci di quegli anni. L’utilità è ridotta all’astratta possibilità di guida, il resto è appagamento dei sensi, ammirazione di sé, Miura-centrismo. Ogni dettaglio della Miura è una celebrazione del bello o meglio della capacità di innovare e reinventare l’idea di bellezza. La linea, le ciglia, le alettature posteriori, i dettagli a nido d’ape, le proporzioni, l’equilibrio sinuoso della fiancata, l’assetto, la muscolarità delle forme concorrono al superamento di tutto l’esistente consacrando quelle scelte così ardite alla storia dell’automobile. La Miura non nasce per essere guidata, nasce per essere goduta, è l’esponenziale di quegli anni ruggenti.

Il vino di territorio è tutto questo, è la sintesi del terroir, del lavoro in campagna e di quello in cantina. L’espressione del Cabernet Sauvignon muta e si rinnova a seconda del territorio in cui è impiantato, legge il territorio e lo esprime nell’uva. Più il territorio è vocato più l’espressione che ne consegue sarà raffinata, equilibrata e lontana dagli stereotipi. Quando un vitigno cresce nel proprio terroir d’elezione si libera dagli stereotipi varietali, attenua i riconoscimenti banalmente definiti “tipici”, esprime fedelmente il territorio attraverso le proprie peculiarità giovandosi dell’unicità dei fattori creativi. Il lavoro di qualità in cantina, le scelte di lavorazione, l’affinamento, gli eventuali passaggi in legno, costituiscono quelle componenti vitali ed indefettibili per plasmare il prodotto e consentirgli di esprimere il meglio di sé, di essere quanto più corrispondente all’ideale che il vigneron vuole consegnare alla bottiglia.

Quando si ha occasione di stappare uno di questi vini, magari di annate risalenti, e realizzare che la qualità olfattiva è rimasta inalterata, che la freschezza frutto di escursioni termiche e vendemmie ragionate è ancora vitale e avvolgente, che le componenti gustative sono perfettamente equilibrate tra loro e rimaste indenni al passaggio del tempo è come aprire una finestra su quella vendemmia e sugli anni di lavoro in cantina che si sono succeduti, avvertire la dedizione, il talento, la precisione e la pulizia progettuale di quel vino che ha fatto si di poter tramandare un grande prodotto di cultura che continuerà a raccontare di quella tradizione che non è mai ferma ma che si evolve perché ogni vendemmia è diversa dall’altra e ognuna va gestita con l’attenzione che ogni pezzo unico merita.

Il vino, come un’auto d’epoca, va letto sempre con riguardo al contesto creatore, alle sue caratteristiche e potenzialità, giudicandolo non in assoluto ma per la sua tipicità e quello che racchiude. Storcere il naso per un Urraco e andare in visibilio per una Miura, avere delle riserve per una Kyalami e spendersi in apologie della Khamsin ha lo stesso senso che giudicare un vino sulla base del vitigno o della provenienza geografica si confrontano realtà ed espressioni di substrati tra loro infungibili.

Le più grandi mediocrità che ho avuto modo di assaggiare venivano da Bordeaux; ciò non significa che i vini francesi siano scadenti, né in particolare quelli di Bordeaux. Bordeaux è un territorio magico e come tutti i territori vocati alla viticoltura va ascoltato, gestito, impiantato e rispettato avendo cura di studiare l’ampelografia valorizzandone le potenzialità. Un Lambrusco ben fatto, abbinato con i piatti della sua terra regalerà emozioni infinitamente superiori rispetto a tanti Champagne o altri nomi altrettanto abbaglianti ma qualitativamente mediocri che, orfani del territorio, non sono capaci di trasmettere altre emozioni se non, appunto, il nome.

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Classe ’76, Dottore di ricerca, libero professionista e Master Sommelier FIS, coltivo da sempre la passione del vino e delle auto d’epoca. In entrambi i settori concentro il mio interesse sulle produzioni italiane di eccellenza come strumenti di crescita economica e diffusione della nostra cultura nel mondo. Punti deboli? Le supercar ’60 e ’70 ed i grandi rossi dell’Etna!