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Le Prisonnier: tempra e delizia d’alta quota

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Le Prisonnier non è solo un cuvèe di autoctoni valdostani, è un’esperienza di gusto e sensazioni olfattive di raro potere evocativo.

La Valle d’Aosta è spesso associata alle vacanze estive ed invernali, ai grandi parchi, alle cime innevate, ai castelli magnificamente restaurati che punteggiano la vallata della Dora.

Non tutti però conoscono la produzione enologica di questa regione che è tanto varia quanto il suo paesaggio, nessun angolo è uguale a sé stesso e ogni vallata, pendio o montagna racconta di forze della natura in lotta titanica tra loro, di rocce distrutte e stratificate per creare quello che è oggi un paesaggio di inconfondibile bellezza e composta armonia.

Percorrendo il tratto di strada che separa i castelli di Verres e Saint Pierre, si è ben presto circondati da piccoli vigneti, abbarbicati sui declivi verso il fondovalle, alcuni con pendenze davvero impossibili, dove la coltivazione della vite appare davvero solo un’utopia accademica. Da questi vigneti “impossibili” a 900 metri di altitudine, dove l’uomo è ostaggio della natura e deve osservarne le regole nasce Le Prisonnier, una delle migliori espressioni del terroir valdostano di Villeneuve. Le Prisonnier è un vino evocativo ed in questa capacità risiede la sua magia. Giorgio Anselmet quando vendemmia la prima annata non è certo soddisfatto, la strategia aziendale è produrre il Torrette Superieur tuttavia la quantità di Petit Rouge a disposizione è troppo bassa per rispettare il disciplinare. Si decide quindi di espiantare una parte del vigneto dedicato agli altri autoctoni (Cornalin, Mayolin e Fumin) e sostituirli.

Si è avanti con la stagione, le uve stanno maturando e gli Anselmet, vignaioli da generazioni (il primo documento comprovante l’acquisto di una vigna da parte della famiglia risale al 1400) non rinunciano al rito e alla celebrazione della vendemmia e del vino così raccolgono, decidendo tuttavia di ricordare questo momento vinificando secondo la tradizione dell’Amarone così come era solito fare il nonno di Giorgio. Ben presto l’intuizione e la voglia di sperimentare nel solco della tradizione vinicola famigliare danno un risultato di strepitosa forza ed eleganza. Le Prisonnier è un vino austero e riservato, quasi monacale che non concede nulla al degustatore impaziente. Va aspettato, atteso come le cosa davvero belle ed importanti della vita. Angelo Gaja è solito ripetere che bisogna saper aspettare per ottenere un prodotto straordinario, e mai come in questo si è rivelata la scelta giusta. Le Prisonnier ( 40% Petit Rouge, 35% Cornalin, 20% Fumin, 5% Mayolet) è come un gigante che solleticato dal tepore del sole pian piano si sveglia, gli aromi di mirtilli, ribes e terra vulcanica sono i primi a salutare il degustatore, la mineralità è tenebrosa di roccia, polvere pirica e goudron, le spezie ricordano i souk di Istanbul, dove incenso, cardamomo, pepe e noce moscata raccontano di viaggi e terre lontane.

La Maison Anselmet con appena 8 ettari coltivati sfrutta al meglio la conformazione orografica dei terreni riuscendo a gestire la vite riducendo al minimo i trattamenti in vigna. La bassissima piovosità, assimilabile a quella della Sardegna, la spiccata escursione termica, la luminosità di queste zone, i terreni rocciosi, ovverosia  l’ampelografia di questo spicchio di territorio, in sinergia o meglio in simbiosi col vigneron,  rende possibile la creazione di un vino straordinario intimamente legato al territorio fino a diventarne la più fedele incarnazione.

Aut

Classe ’76, Dottore di ricerca, libero professionista e Master Sommelier FIS, coltivo da sempre la passione del vino e delle auto d’epoca. In entrambi i settori concentro il mio interesse sulle produzioni italiane di eccellenza come strumenti di crescita economica e diffusione della nostra cultura nel mondo. Punti deboli? Le supercar ’60 e ’70 ed i grandi rossi dell’Etna!